Perché andare da uno psicoterapeuta? ovvero Sulla differenza tra confidarsi con un amico o con uno psicoterapeuta

 

“…se vai dallo psicologo devi essere matto…”

Per cominciare mi presento. Mi chiamo Camilla Alessandra Pellegrini, sono una psicologa e psicoterapeuta in formazione (psicoanalitica). Ho deciso di inaugurare questo blog personale trattando un tema che purtroppo in Italia è ancora in auge: la resistenza ad andare a “fare due chiacchere” con uno psicologo perché se hai bisogno di quel professionista devi avere qualcosa che non va’… devi essere matto!

Nella nostra vita affrontiamo spesso situazioni che possono metterci in difficoltà limitando le nostre risorse e la nostra capacità di pensare in maniera creativa. La persona può essere perfettamente adattata al mondo ma si trova in un momento evolutivo e storico della sua vita nel quale il suo potenziale emotivo è bloccato e sente che non ha modo di attingere alle proprie risorse personali.

Ecco, in questi casi può essere utile parlare con un professionista che colga il nucleo del problema e co-costruisca con il paziente una soluzione inedita.

Credo che sia proficuo chiarire bene quali sono i punti della relazione con un professionista per capire al meglio dove risiede la sua utilità… e perché le chiacchere con l’amico delle volte non sono sufficienti.

  • In primis una evidente differenza tra amico e psicoterapeuta, sta nel fatto che lo psicoterapeuta ha studiato per anni il funzionamento della mente umana.  Uno psicoterapeuta padroneggia una teoria del funzionamento mentale che negli anni di studio ha fatto propria e che gli permette di individuare e di dare un nome a quello che può essersi inceppato nella mente di quella persona. Nel mio caso personale l’approccio psicoanalitico.
  • Inoltre, occorre porre l’accento sul tipo di natura relazionale che c’è tra psicoterapeuta e paziente. Prima di tutto differisce perché è una relazione inedita. La persona che entra nello studio e dovrà aprirsi e spiegare il suo problema ad un estraneo che probabilmente non ha mai visto prima. Questo ha un notevole costo emotivo e cognitivo per chi parla; non è un atto semplice. Il terapeuta ascolterà in maniera attenta e disinteressata la persona cercando di capire quale sia la domanda posta. Il professionista non è coinvolto in dinamiche emotive che lo legano alla persona e, date le sue conoscenze professionali, cercherà di offrire alla persona uno sguardo più articolato e complesso sulle problematiche che lo coinvolgono.
  • La natura della relazione è di stampo professionale. L’onorario conferma il ruolo del terapeuta e crea il distacco necessario perché i due ruoli, quello di paziente e quello di terapeuta, siano ben chiari.
  • Lo psicoterapeuta focalizza la sua attenzione sul paziente ed il paziente su se stesso. Entrambi quindi saranno ricettivi su un tema centrale, la personalità del paziente e il suo mondo. Tuttavia l’uno, il paziente, avrà solo il compito di esporre i suoi pensieri e l’altro, il terapeuta, utilizzerà i suoi strumenti e la sua formazione per aiutare il paziente.
  • La professionalità del terapeuta, e il suo interessamento distaccato e libero,  gli permette di avere un punto di vista diverso sul problema. La possibilità è quella di rompere i vecchi schemi di pensiero e le routine di comportamento che sostengono il problema stesso. L’amico, essendo coinvolto a livello personale, probabilmente condividerà alcune di queste dinamiche che quindi non coglierà e che non saranno possibile rompere.
  • Tale comprensione è resa possibile perché il terapeuta non condivide con il paziente identificazioni ed emozioni, in quanto estraneo alla vita intima del paziente. In questo modo lo sguardo distaccato diventa ancora più concreto.
  • Inoltre, se si è instaurata una reciproca fiducia e una buona alleanza di lavoro, il paziente sa che il terapeuta è tenuto al segreto professionale e che il suo primo interesse è il benessere psicologico del paziente. Data questa natura relazionale il paziente può parlare liberamente in uno spazio protetto e curativo.
  • Connessa al precedente punto, la formazione psicoanalitica richiede inoltre la capacità per lo psicoterapeuta di sapere usare la propria “funzione osservante”. Come psicoterapeuti psicoanalitici siamo formati per potere osservare come la comunicazione dentro la relazione si modifica e interrogarci sul perché avviene durante la seduta ed utilizzarlo a scopo terapeutico.
  • Come psicoterapeuta psicoanalitica sono abituata a ricercare e a utilizzare terapeuticamente l’empatia e l’emotività che si creano nella relazione. Queste sono risorse e indici di guida nel percorso terapeutico che possono essere appresi solo una psicoanalisi personale-didattica.
  • Dal mio punto di vista, l’elemento discriminante, che permette al terapeuta di fare della relazione e della parola uno strumento di cura, è avere vissuto una propria terapia personale e aver affrontato buona parte delle proprie dinamiche interiori. Non si possano usare parole curative se la nostra mente conserva in sé emozioni avvelenate. Il rischio è che le proprie risposte personali siano inquinate dalle nostre emozioni e questioni non risolte che si riversano sull’altro.
  • E’ centrale che lo psicoterapeuta sappia distinguere tra quello che porta nel paziente di proprio e quello che è proprio solo del paziente.  Un terapeuta che ha fatto un lavoro su di sé può distinguere queste dinamiche ed è capace di mettere da parte le proprie questioni personali, quando queste si presentano nel qui e ora della relazione terapeutica.

L’amicizia è una risorsa e un bene fondamentale per ciascuno. Con queste righe non era mia intenzione svalutare il valore dell’amicizia e la preziosità che esso rappresenta. Tuttavia, un amico che non ha queste conoscenze ed esperienze molte volte può rispondere sulla scia di un proprio moto emotivo e non contribuire e sciogliere i nodi della nostra esistenza ma rimanerci anch’esso invischiato.

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