La fame che (non) ho. Una lettura psicodinamica dei Disturbi dell’Alimentazione

In questo articolo ho scelto di trattare i disturbi dell’Alimentazione in un’ottica psicodinamica (o psicoanalitica). E’ un tema purtroppo ancora in auge e sempre più  giovani ne sono coinvolti. 

“Secondo le stime ufficiali, il 95,9% delle persone colpite dai disturbi alimentari sono donne.  L’incidenza dell’anoressia nervosa è di almeno 8 nuovi casi per 100mila persone in un anno tra le donne, mentre per gli uomini è compresa fra 0,02 e 1,4 nuovi casi.
Invece, per quanto riguarda la bulimia ogni anno si registrano 12 nuovi casi per 100mila persone tra le donne e circa 0,8 nuovi casi tra gli uomini.”

I disturbi dell’alimentazione sono tutti accumunati da comportamenti disfunzionali ricorrenti correlati al cibo che hanno come risultato malassorbimento e consumo inadeguato del cibo che compromette in maniera significativa la salute fisica e il funzionamento sociale di questi individui.

Alcuni soggetti adulti portatori di questi disturbi condividono comportamenti simili a quelli manifestati da chi ha una dipendenza e abusa di sostanze, come il desiderio incontrollato dell’oggetto (sostanza o cibo) e modelli di consumo compulsivo (DSM 5, 2018). Tale similitudine è spiegata livello neurobiologico dal coinvolgimento dei medesimi circuiti neurali in entrambe le patologie, come i circuiti della regolazione e della ricompensa.

Anoressia nervosa e bulimia nervosa sono tra i disturbi maggiormente prevalenti nella nostra società occidentale. Ormai da alcuni anni tramite social, web e televisioni si sono diffuse immagini di perfezione fisica che hanno fatto associare la magrezza alla bellezza. Comportamenti disfunzionali improntati alla ricerca di tale magrezza nell’illusione che sia bellezza sono messi in atto e talvolta possono essere difficili da riconoscere, specie per “i non addetti ai lavori”.

Un accenno ai criteri principali per riconoscere i Disturbi dell’Alimentazione più diffusi

Se sfogliamo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali 5 Edizione (2016) tra i disturbi più frequenti degli adulti in tema di alimentazione troviamo Anoressia Nervosa, Bulimia Nervosa, e Binge-Eating.

Rispetto al precedente Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali del 2007 (DSM- IV- TR, 2007), nell’ultimo pubblicato è scomparsa la categoria dell’Obesità. Quest’ultima è stata infatti correlata ad una pluralità di fattori che comportano la malattia, come fattori genetici, fisiologici, comportamentali e ambientali, che la differenziano da un disturbo mentale tout court. Se tuttavia l’obesità non è più un disturbo mentale, essa è associata a diverse sofferenze psichiche come il disturbo depressivo, quello bipolare o la schizofrenia.

Come detto, la diagnosi di Obesità non esiste più. E’ stato introdotto nel nuovo manuale il disturbo da Binge-Eating, che non è coincidente con la precedente diagnosi, ma che condivide con quest’ultima le “grandi abbuffate” di cibo fino alla sensazione di essere sgradevolmente sazi. Gli individui con questa diagnosi sopravvalutano il peso del loro corpo e la sua forma e da queste traggono un criterio per la valutare la propria persona.

Quest’ultimo tratto è  condiviso da tutti e tre i disturbi: che sia in senso positivo o negativo, per queste persone l’immagine del proprio corpo (e quindi la sua magrezza o grassezza) determina un giudizio di valore che loro stessi compiono su di sè.

Se per il Disturbo da Binge-Eating i criteri proposti dal DSM 5 sono le ricorrenti abbuffate (per un periodo superiore ai tre mesi), durante le quali il soggetto mangia più rapidamente del normale, ha la sensazione di perdere il controllo ed è disgustato verso se stesso – tanto da provare vergogna e preferire mangiare da solo-  anche nella Bulimia Nervosa possiamo trovare i medesimi criteri. Tuttavia questi soggetti mettono sistematicamente in atto condotte compensatorie (tipico è il vomito autoindotto) al fine di prevenire una diminuzione eccessiva o un eccessivo aumento di peso (tipicamente il bulimico è normopeso). In entrambi i casi  la persona si “abbuffa” e ha la sensazione di perdere il controllo di se stesso durante queste grandi mangiate compulsive. A quest’ultime sono frequentemente associate la sensazione di non potersi astenere dal mangiare o limitarsi nella quantità. Tuttavia nella Bulimia questa compromissione del controllo non è assoluta: la persona può abbuffarsi mentre il telefono squilla o cessare bruscamente l’abbuffata se il compagno o il collega irrompono improvvisamente nella stanza. L’individuo bulimico prova vergogna per il suo comportamento e quindi tenta di nascondere la sua abitudine al cibo. Il vomito autoindotto ha la doppia funzione per queste persone di non sentirsi eccessivamente male per quanto fatto e calmare la paura di aumentare di peso. Alcuni individui riescono a digiunare per giorni o possono dedicarsi ad un eccessiva attività fisica per prevenire la paura di aumentare di peso. Tale comportamento è presente anche nelle persone con Anoressia Nervosa. E’ opinione comune che il comportamento caratteristico della persona con questo disturbo sia quello delle condotte di eliminazione. Questo è vero solo in parte. Il tratto comportamentale distintivo del funzionamento anoressico è il calcolo delle calorie.  Per ogni pietanza questi individui calcolano il numero delle calorie di ogni piatto al fine di capire la quantità di cibo da poter ingerire e monitorare il loro possibile aumento di peso, che risulta comunque inferiore al normale. Tuttavia per definire una condizione di sottopeso la magrezza non è un criterio sufficiente. Il range di peso normale differisce molto tra individui. Per identificare se la persona è sottopeso viene utilizzato l’Indice di Massa Corporea (IMC)  che varia in un intervallo da lieve (IMC maggiore o uguale a 17 kg/m2) a estrema (con IMC inferiore a 15 kg/m2). Anche in questo caso è centrale l’influenza del peso e della forma del corpo sulla definizione per il soggetto di una propria autostima. La percezione di alcune parti del corpo è distorta, e nonostante possano ammettere di essere magre, vedranno queste parti (cosce, glutei, o addome in particolare) sempre troppo grasse.

A livello di vissuto soggettivo, l’anoressia si distingue dalle altre due patologie per la mancanza di percezione di perdita di controllo. Per queste persone non riuscire a mangiare è la vittoria nella loro lotta intima contro la fame. La perdita di peso è quindi associata a forza, moralità e autodisciplina. Purtroppo, queste persone richiedono aiuto quando la perdita di peso è al tal punto significativa da mettere in pericolo la loro vita.

I vissuti soggettivi dei pazienti con un disturbo dell’alimentazione

I disturbi dell’alimentazione si manifestano in un gruppo di persone molto eterogeneo. Anche se non è possibile generalizzare, è tuttavia plausibile che le persone che riportano una diagnosi di anoressia nervosa abbiano dei tratti di personalità tendenzialmente diversi da quelli che si trovano a combattere con la bulimia nervosa.

Letti secondo una prospettiva psicoanalitica, gli individui anoressici tendono a tratti di personalità più ossessivo-complusivi e narcisistici. La lotta che quotidianamente intraprendono contro la fame rispecchia un funzionamento mentale rigido che li “salvaguardia” dalla tentazione di cedere al cibo e parallelamente li chiude nelle proprie regole. In accordo con questo funzionamento, sono riluttanti a formare nuove relazioni e restii a qualunque tipo di cambiamento psicologico. La loro rigidità e forza (presunta) non gli concede grandi fluttuazioni emotive. Il loro focus affettivo ruota intorno al corpo e alla fame che devono essere controllati. Sono persone tendenzialmente perfezioniste e con un buono /alto funzionamento cognitivo.

I pazienti affetti da Bulimia riportando invece maggiori disregolazioni emotive, percezioni di vuoto e grande rabbia che avvicinano il loro funzionamento mentale a quello borderline (tipico anche della dipendenza da sostanze). Questi individui cercano di reggere al vuoto e alle emozioni negative dilaganti tramite le abbuffate. Il risultato a cui giungono è che essi provano rabbia e disgusto versi se stessi, non solo per la quantità di cibo assunta, ma per la percezione della perdita di controllo su se stessi. Anche questi pazienti evidenziano un buono o alto funzionamento cognitivo e dei tratti perfezionisti.

Per quanto riguarda gli stati affettivi in entrambi i casi ansia, tristezza e vergogna sono frequenti. Le pazienti anoressiche si vergognano della loro forma del corpo, mentre le bulimiche della mancanza di controllo del loro comportamento, che spesso conduce a atti di autolesionismo o di dipendenza. Sia nell’anoressia e nella bulimia si trovano spesso preoccupazioni emotive come:

  • essere affamati di cure, protezione;
  • sentimenti di fallimento, colpa, vergogna e vulnerabilità;
  • sentimenti di inefficacia;
  • timore di essere abbandonati dagli altri;
  • rabbia e aggressività che fanno paura e che per questo sono spesso negate;
  • la sensazione che esprimere le emozioni porti ad una perdita di controllo;
  • sentimenti di vuoto.

Il pensiero è spesso rigido e distorto nella percezione corporea – nei casi più gravi tale distorsione compromette l’esame di realtà. I pazienti anoressici presentano temi narcisistici, perfezionismo, tendenza all’autocritica e all’ascetismo. Nei pazienti bulimici si trovano invece condizioni disregolate, come agiti su se stessi e sugli altri, mancanza di un senso stabile dell’identità, scissione del sè, idealizzazione e una sessualità irruenta. Per entrambi pensieri ricorrenti possono riguardare:

  • preoccupazione di essere svalutati e inadeguati, non amati;
  • interesse eccessivo per l’immagine corporea che comporta il guardare lo specchio per monitorare forma e cambiamenti;
  • essere focalizzati sull’essere giovani, come bambini piccoli e innocenti.

In un’ottica psicodinamica il corpo è il campo nel quale si gioca il conflitto psichico con la realtà. Nelle lamentele che queste persone riportano il terapeuta può leggere il continuum che si è stabilito nella loro mente tra bisogno affettivo ed espressione somatica di questo. La fame può quindi essere letta come desiderio (l’essere affami di…) di un legame affettivo che non si è stabilito. La sensazione di una perdita di controllo durante le abbuffate riflette la difficoltà di tenere separato il campo mentale da quello fisico. Una caratteristica frequente è l’incapacità di sentire quando si è sazi o quando si ha fame. Il senso fisico di vuoto alla stomaco è associabile ad un senso del Sè svuotato e vuoto (“ho un vuoto dentro di me che sembra incolmabile… sono sola nella vita”) che rende impossibile per il soggetto un dialogo intimo con queste percezioni, e le definisce come incolmabili.

Nelle relazioni tendono a celare i loro sentimenti e di fatto non riescono di frequente a stabilire una relazione veramente intima con l’altro. I loro modi di stare con il partner appaiono immaturi e, specie nei pazienti anoressici, costellati di bisogno di controllo e perfezionismo. Fanno fatica ad accettare gesti positivi di amore e richiedono un’ammirazione che deve essere modulata da una giusta distanza, per non risultare opprimente. I pazienti bulimici invece sono affamati di amore, ma nelle relazioni tendono a sentirsi instabili. Nelle relazioni strette possono patire la paura dell’abbandono e sentirsi indegni e inutili quando perdono le relazioni.

Con queste righe ho cercato di mostrare quanto il mondo interno di queste patologie sia complesso. Sono espressioni di modalità relazionali e affettive disfunzionali che queste persone hanno interiorizzato spesso nei primi anni della loro vita. Comprendere la loro realtà e aiutarli a curarsi è possibile in una terapia a lungo termine che nei casi più gravi vede coinvolte diverse professionalità, da medici a psicoterapeuti a nutrizionisti.

Sulla “Talking Cure”, ovvero sulla specificità della Psicoterapia Psicoanalitica

Coloro che vogliono diventare psicoterapeuti devono affrontare un lungo percorso formativo: 5 anni di università (3+2) in psicologia, un Esame di Stato che permette  l’iscrizione all’Albo degli Psicologi e di esercitare la professione di psicologo e, successivamente, 4 anni di Scuola di Specializzazione in Psicoterapia per diventare psicoterapeuti.

In Italia sono più di 500 le Scuole di Specializzazione in Psicoterapia dai più diversi orientamenti: fenomenologico, esistenziale, umanistico, breve strategico, cognitivista, gestaltico, comportamentale, sistemico relazionale, centrato sulla persona… Per chi volesse fare questo mestiere orientarsi non è semplice. Nella mia esperienza le parole di una professoressa torinese mi sono state utilissime: “come esseri umani siamo come cipolle, abbiamo diversi strati…come terapeuti dobbiamo trovare lo strato in cui ci sentiamo più a nostro agio”.

Tanto tempo fa ho trovato il mio “strato” comodo, entro il quale io sento che posso davvero aiutare le persone: quello psicoanalitico (o psicodinamico).

Pensando alla specificità della psicoanalisi e della psicoterapia psicoanalitica, le parole di A. Correale credo tratteggino bene il nucleo di questo orientamento:

“La psicoanalisi pensa che il problema dell’uomo non è semplicemente esistere (come ad esempio fanno le terapie gestaltiche o fenomenologiche) ma è di esistere desiderando qualcosa.”

Ritengo che questa affermazione non sia solo molto suggestiva ma che metta in luce uno degli aspetti che contraddistinguono la psicoanalisi da tutti gli altri approcci. Essa sottolinea, e ricerca nella sua cura, l’unicità e la specificità di ogni singolo individuo nel suo stare al mondo, nel suo ricercare qualcosa, nel suo desiderare qualcosa.

Per quanto si possa creare una griglia, una struttura, un riferimento per capire al meglio l’accadere psichico, ciascuno di noi ha nei propri abissi qualcosa che lo rende unico… un’energia, un filtro, una lente, che lo rende peculiare e autentico rispetto a ogni altra persona. La psicoterapia psicodinamica si rivolge a questo quid che contraddistingue ciascuno di noi, cercando di valorizzarlo.

La persona che si chiede aiuto a uno psicoterapeuta psicoanalitico credo che abbia innanzitutto bisogno di essere ascoltato ed essere riconosciuto in questa unicità, nella sua irripetibilità. Quando colui si sente cambiato da qualcosa, il compito del terapeuta è riportare alla luce le sue risorse positive e di non lasciarlo ancorato a una visione di sé che mette in ombra le sue caratteristiche dietro un dolore che molte volte viene etichettato.

L’orientamento psicoanalitico non dà molto valore all’etichetta diagnostica in quanto tale. Come orientamento iniziale potrebbe avere una sua utilità (come la griglia di cui sopra). Ma ai fini della cura non si rivela utile in quanto induce in chi la riceve (e molte volte anche in chi la elabora) confusione tra ciò che ha e ciò che è.

Il dolore psichico è indice di ciò che il soggetto ha dovuto affrontare e strutturare nella sua mente probabilmente per sopravvivere a quello che gli è accaduto. Non esaurisce ciò che è. Lo psicoterapeuta psicoanalitico quindi, pur mantenendo come uno dei suoi obiettivi primari la risoluzione del sintomo, va oltre quest’ultimo e si domanda: “Chi è questa persona che ho davanti?” Ponendoci silenziosamente questa domanda andiamo oltre la sintomatologia e cerchiamo di sintonizzarci sulla singola persona.

In una psicoterapia psicoanalitica è al centro la soggettività dell’altro e il fine è la comprensione della persona nella sua totalità. Lo scopo di questo tipo di terapia è che la persona riscopra se stessa, giungendo ad una migliore conoscenza di sé.

 

Definire in maniera precisa l’orientamento che uno psicoterapeuta adotta ritengo sia molto importante per il paziente: egli può così conoscere come il terapeuta si approccia non solo al disagio psichico ma anche al trattamento e alla persona. Dall’altra parte “ciascun paziente ha alle spalle una storia unica e irripetibile e le varie tecniche devono adattarsi alle sue caratteristiche” (Gabbard, 2017).

Nonostante esistano anche trattamenti a breve termine in questo approccio, io prediligo non definire mai a priori quanto durerà la terapia o quanti incontri ci saranno. Il lavoro si struttura tra due soggettività in maniera congiunta e non è possibile stabilire a priori quanto tempo occorrerà affinché i fenomeni psichici di base possano avere luogo (empatia, alleanza terapeutica, emersione dei significati inconsci, transfert, controtransfert).

Infatti, un aspetto centrale di questo tipo di terapia è riservato al ruolo della relazione: una relazione analizzata nel qui e ora del lavoro terapeutico ma anche ripercorsa nel suo districarsi del passato. L’attenzione alle relazioni dell’infanzia è rivolta non tanto per cercare di cambiarle, quanto per tentare di gettare nuova luce sul presente, per capire come quelle si ripetono nell’adesso dell’individuo e condizionano il suo comportamento.

Dopo questa introduzione credo che potrebbe essere utile riassumere brevemente i concetti chiave della psicoterapia psicoanalitica (ripresi dal testo di Gabbard 2017):

  1. La vita mentale di ciascuno è essenzialmente inconscia. Questo assunto non si basa solo sul conflitto inconscio di istanze e pulsioni colto da Freud (The King) ma anche su attuali evidenze neuroscientifiche che mettono in luce come gran parte della vita mentale avviene all’insaputa dell’individuo stesso. E’ stato dimostrato che il nostro agire è determinato da memorie di emozioni, di relazioni, di interazioni e della loro interdipendenza che agiscono al di fuori della nostra consapevolezza.  “Una prospettiva psicodinamica suggerisce che noi siamo, per la maggior parte, consciamente confusi e inconsciamente controllati”.  (Gabbard, 2014)
  2. La prospettiva evolutiva. Si ritiene che il comportamento del bambino sia geneticamente determinato e che sia parallelamente influenzato dalle esperienze avute con i genitori o con le primarie figure di accudimento. Le esperienze precoci del Sé con gli altri vengono interiorizzate e ad esse vengono associati degli affetti che sono riproposti nelle relazioni future (anche con il terapeuta).
  3. Transfert. Questo è un fenomeno per il quale al terapeuta vengono attribuite caratteristiche di una figura del passato e riproposte nella relazione di cura. Modelli emotivi e di interazione sono stati appresi nei primi anni di vita e sono inconsciamente attualizzati nel qui e ora della relazione terapeutica.
  4. Controtransfert. Potrebbe essere definito come tutte le modalità di risposta non consapevoli del terapeuta al transfert del paziente. Come i due concetti precedenti, anche questo nel tempo si è molto modificato passando dall’essere definito come anti-terapeutico, agli esordi della psicoanalisi, fino ad essere considerato oggi un indice diagnostico fondamentale.
  5. Resistenza. Uno dei punti cardini nella comprensione del paziente è che esso sia ambivalente circa il cambiamento. Egli metterà in atto in maniera non consapevole dei processi che vanno in direzione contraria al motivo per il quale ha chiesto aiuto. E’ compito del terapeuta riconoscerli e cercare di elaborarli nella terapia con il paziente.
  6. Determinismo psichico. Questo concetto psicoanalitico si riferisce al principio secondo cui nella nostra vita mentale nulla accade per caso. Le nostre emozioni, i nostri pensieri e comportamenti sono il risultato di forze inconsce che agiscono in maniera dinamica tra loro. I nostri sintomi o comportamenti sono causati da contrapposizioni di forze entro la mente, ogni volta possono essere diverse, che producono il risultato finale.
  7. La soggettività unica del paziente. Seguendo questa prospettiva l’uomo non è consapevole di tutti gli aspetti che compongono la personalità, e talvolta la maggior parte di essi può essersi offuscata.  Per questo, uno dei principali obiettivi del terapeuta è aiutare il paziente a riscoprire il suo Vero Sé (Winnicott, 1960).  “Una delle caratteristiche più distintive della psicoterapia psicodinamica è che il terapeuta tratta la persona che soffre di un disturbo: mentre curiamo i sintomi ansiosi o depressivi di un paziente, ci focalizziamo anche sulla sua autenticità” (Gabbard, 2017).  Uno dei nostri compiti primari è quindi cercare di aiutare la persona a capire chi è e cosa vuole realmente dalla sua vita.

Questo è quello che mi sento di scrivere, sapendo non di essere affatto esaustiva, sulla psicoterapia psicoanalitica. Per me è innanzitutto un modo di sentire, di guardare all’altro e stare in relazione (non solo terapeutica).

Mi auguro di avervi trasmesso un po’ della mia passione e della mia curiosità… sperando di non avervi annoiato troppo. Alla prossima!

 

 

 

 

Perché andare da uno psicoterapeuta? ovvero Sulla differenza tra confidarsi con un amico o con uno psicoterapeuta

 

“…se vai dallo psicologo devi essere matto…”

Per cominciare mi presento. Mi chiamo Camilla Alessandra Pellegrini, sono una psicologa e psicoterapeuta in formazione (psicoanalitica). Ho deciso di inaugurare questo blog personale trattando un tema che purtroppo in Italia è ancora in auge: la resistenza ad andare a “fare due chiacchere” con uno psicologo perché se hai bisogno di quel professionista devi avere qualcosa che non va’… devi essere matto!

Nella nostra vita affrontiamo spesso situazioni che possono metterci in difficoltà limitando le nostre risorse e la nostra capacità di pensare in maniera creativa. La persona può essere perfettamente adattata al mondo ma si trova in un momento evolutivo e storico della sua vita nel quale il suo potenziale emotivo è bloccato e sente che non ha modo di attingere alle proprie risorse personali.

Ecco, in questi casi può essere utile parlare con un professionista che colga il nucleo del problema e co-costruisca con il paziente una soluzione inedita.

Credo che sia proficuo chiarire bene quali sono i punti della relazione con un professionista per capire al meglio dove risiede la sua utilità… e perché le chiacchere con l’amico delle volte non sono sufficienti.

  • In primis una evidente differenza tra amico e psicoterapeuta, sta nel fatto che lo psicoterapeuta ha studiato per anni il funzionamento della mente umana.  Uno psicoterapeuta padroneggia una teoria del funzionamento mentale che negli anni di studio ha fatto propria e che gli permette di individuare e di dare un nome a quello che può essersi inceppato nella mente di quella persona. Nel mio caso personale l’approccio psicoanalitico.
  • Inoltre, occorre porre l’accento sul tipo di natura relazionale che c’è tra psicoterapeuta e paziente. Prima di tutto differisce perché è una relazione inedita. La persona che entra nello studio e dovrà aprirsi e spiegare il suo problema ad un estraneo che probabilmente non ha mai visto prima. Questo ha un notevole costo emotivo e cognitivo per chi parla; non è un atto semplice. Il terapeuta ascolterà in maniera attenta e disinteressata la persona cercando di capire quale sia la domanda posta. Il professionista non è coinvolto in dinamiche emotive che lo legano alla persona e, date le sue conoscenze professionali, cercherà di offrire alla persona uno sguardo più articolato e complesso sulle problematiche che lo coinvolgono.
  • La natura della relazione è di stampo professionale. L’onorario conferma il ruolo del terapeuta e crea il distacco necessario perché i due ruoli, quello di paziente e quello di terapeuta, siano ben chiari.
  • Lo psicoterapeuta focalizza la sua attenzione sul paziente ed il paziente su se stesso. Entrambi quindi saranno ricettivi su un tema centrale, la personalità del paziente e il suo mondo. Tuttavia l’uno, il paziente, avrà solo il compito di esporre i suoi pensieri e l’altro, il terapeuta, utilizzerà i suoi strumenti e la sua formazione per aiutare il paziente.
  • La professionalità del terapeuta, e il suo interessamento distaccato e libero,  gli permette di avere un punto di vista diverso sul problema. La possibilità è quella di rompere i vecchi schemi di pensiero e le routine di comportamento che sostengono il problema stesso. L’amico, essendo coinvolto a livello personale, probabilmente condividerà alcune di queste dinamiche che quindi non coglierà e che non saranno possibile rompere.
  • Tale comprensione è resa possibile perché il terapeuta non condivide con il paziente identificazioni ed emozioni, in quanto estraneo alla vita intima del paziente. In questo modo lo sguardo distaccato diventa ancora più concreto.
  • Inoltre, se si è instaurata una reciproca fiducia e una buona alleanza di lavoro, il paziente sa che il terapeuta è tenuto al segreto professionale e che il suo primo interesse è il benessere psicologico del paziente. Data questa natura relazionale il paziente può parlare liberamente in uno spazio protetto e curativo.
  • Connessa al precedente punto, la formazione psicoanalitica richiede inoltre la capacità per lo psicoterapeuta di sapere usare la propria “funzione osservante”. Come psicoterapeuti psicoanalitici siamo formati per potere osservare come la comunicazione dentro la relazione si modifica e interrogarci sul perché avviene durante la seduta ed utilizzarlo a scopo terapeutico.
  • Come psicoterapeuta psicoanalitica sono abituata a ricercare e a utilizzare terapeuticamente l’empatia e l’emotività che si creano nella relazione. Queste sono risorse e indici di guida nel percorso terapeutico che possono essere appresi solo una psicoanalisi personale-didattica.
  • Dal mio punto di vista, l’elemento discriminante, che permette al terapeuta di fare della relazione e della parola uno strumento di cura, è avere vissuto una propria terapia personale e aver affrontato buona parte delle proprie dinamiche interiori. Non si possano usare parole curative se la nostra mente conserva in sé emozioni avvelenate. Il rischio è che le proprie risposte personali siano inquinate dalle nostre emozioni e questioni non risolte che si riversano sull’altro.
  • E’ centrale che lo psicoterapeuta sappia distinguere tra quello che porta nel paziente di proprio e quello che è proprio solo del paziente.  Un terapeuta che ha fatto un lavoro su di sé può distinguere queste dinamiche ed è capace di mettere da parte le proprie questioni personali, quando queste si presentano nel qui e ora della relazione terapeutica.

L’amicizia è una risorsa e un bene fondamentale per ciascuno. Con queste righe non era mia intenzione svalutare il valore dell’amicizia e la preziosità che esso rappresenta. Tuttavia, un amico che non ha queste conoscenze ed esperienze molte volte può rispondere sulla scia di un proprio moto emotivo e non contribuire e sciogliere i nodi della nostra esistenza ma rimanerci anch’esso invischiato.